On-air alle ore 20:15 L'intervista della Settimana
Gio. 14 Dicembre 2017 
 
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L'intervista della Settimana
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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA
VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA
CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE// OTTOBRE...OTTOBRE... di Guido Ceroni - Mar. 3 Ottobre 2017
RAVENNA - È stato notato da più parti sulla stampa che l'ormai imminente centesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre non ha trovato fino ad ora alcun riscontro o commento o riflessione da parte di esponenti, politici o intellettuali, della sinistra. Specie dai discendenti - per quanto rintracciabili - di quella parte che fu maggioritaria entro la sinistra italiana e che da quella rivoluzione ebbe origine.
Effettivamente, almeno per un lettore distratto come me, non è stato possibile rintracciare granché. Praticamente nulla.


Andrebbe preliminarmente posta una domanda: esiste più nulla di quel mondo, che possa esprimersi in qualche modo, nell’Italia del 2017? Che cosa ne è stato del ceto di intellettuali che a quella scuola si formò? Anche degli allora giovani intellettuali che ebbero ancora tempo a formarsi negli anni settanta (del secolo scorso)? Non se ne riscontrano tracce visibili. Di intellettuali che dicano: “Ebbene, fui comunista e fui orgoglioso di esserlo!”.

Quanto ai politici, quelli che di lì vengono, che hanno avuto tempo per dilaniarsi negli ultimi mesi con allegra spensieratezza, mi paiono in tutt’altre faccende affaccendati.

Fatto sta che non pare esservi più traccia, in Italia di quella che comunque fu – pur con tutti i suoi limiti e anche le sue miserie - una grande scuola che è addirittura, ancora oggi, accreditata (o accusata) di avere avuto in mano per un cinquantennio l’egemonia culturale nel Paese.

Ciò non toglie che una riflessione e un giudizio sulla rivoluzione d’ottobre si imponga a chiunque di lì venga, anche come atto di coscienza individuale. Ben poco utile in politica, forse, ma certo utile per la pace del proprio spirito.

 

Noto che la sinistra maggioritaria (in sostanza il PCI) fu in qualche modo indotto a ritardare e a evitare un giudizio secco sulla rivoluzione in sé e sui suoi esiti da alcune circostanze.

La prima fu l’autonomia che il PCI rivendicò (e propagandò con abilità) rispetto alle esperienze che dalla rivoluzione d’ottobre derivavano. Ogni discorso sul tema si concludeva in sostanza con l’affermazione per cui “In ogni caso noi siamo un’altra cosa, faremo in un altro modo, costruiremo un socialismo diverso”. Questa affermazione ha esentato i comunisti italiani di andare a fondo e di dare fino in fondo un giudizio sull’atto fondativo della loro stessa storia, perché tanto, “qui si sarebbe fatto in modo diverso”.

La seconda sta proprio nello strappo che ad un certo punto il PCI (Berlinguer) operò nei confronti dei Paesi del cosiddetto “socialismo reale” all’inizio degli anni ’80.

In quella occasione e in seguito, Berlinguer e il PCI dissero che si era esaurita la spinta propulsiva e al rinnovamento “nelle società che si sono create nell’est europeo”, in sostanza nelle società uscite dalla rivoluzione d’ottobre e poi imposte dallo stato sovietico. Un giudizio che allora parve drastico su quei regimi ma che- a ben vedere - teneva la rivoluzione al riparo da qualsiasi valutazione. Erano infatti quelle società,a distanza di sessant’anni, ad aver perso la spinta, non già la rivoluzione ad avergliela semmai data in modo sbagliato. L’atto originario era dunque al riparo dall’essere considerato il peccato originale di tutta la faccenda.

La terza fu che la fine di quei regimi, nell’89, fu talmente e fragrosamente disastrosa che il PCI con la svolta di Occhetto pensò bene di passare rapidamente ad altro e della rivoluzione più nessuno si occupò.

Da ultimo la più comprensibile di tutte, almeno psicologicamente: la ritrosia a disconoscere l’atto da cui discesero (da cui discendemmo, visto che anche io di lì vengo). L’impossibilità e la non volontà di cancellare il proprio certificato di nascita.

 

Così può accadere che un ex comunista sia ancora oggi ben convinto della svolta, sia approdato nel frattempo ad altri lidi (siano il PD o una delle neosinistre) e che, pur non dichiarandosi più comunista (altro è il discorso per chi non accettò la svolta) continui a pensare alla bontà e all’innocenza della rivoluzione rispetto a tutto quello che - anche di orrorifico - successe nei decenni successivi e da cui i comunisti italiani si affrancarono parzialmente e con esasperante lentezza.

Credo che un simile esercizio funambolico non sia più consentito e che sia una (pietosa) finzione credere che quella di ottobre sia stata una rivoluzione intrinsecamente buona ma continuamente tradita, nei mesi, negli anni, nei decenni, fino a stravolgerne completamente i risultati.

È vero, ci fu la guerra civile, una spietata guerra civile che disumanizzò i metodi di governo. Ma chi la iniziò, se non il colpo di stato bolscevico contro tutti gli altri partiti che avevano fatto la rivoluzione democratica di febbraio, compresi la gran parte dei socialisti, e contro la stessa maggioranza dei soviet?

È vero, ci furono Stalin e lo stalinismo. Ma quell’approdo, non obbligato, fu comunque reso possibile dalla dittatura di partito instaurata già agli albori della rivoluzione. Stalin di suo ci mise il terrore e la paranoia, ma non credo che la dittatura sarebbe stata meno dittatura se a vincere, ad esempio, fosse stato Trotskj.

È vero, la rivoluzione dovette ripiegare in una dimensione nazionale e statuale perché in occidente fallirono i tentativi rivoluzionari. Ma non era stato forse un abbaglio pensare che l’intero occidente fosse pronto e disponibile a fare una rivoluzione violenta alla fine di un quinquennio di tremende stragi?

È vero, l’Unione Sovietica ha salvato l’Europa dal nazismo, ma non era stata forse essa stessa parte del gioco perverso che ha fatto parlare non insensatamente di una “guerra civile europea” a proposito del periodo dalla prima alla seconda guerra mondiale?

È vero, l’Unione Sovietica ha fatto da contrappeso al predominio americano nel dopoguerra e ha dato (in modo interessato) aiuti a movimenti di liberazione dal colonialismo, ma non è stata forse questa una serie di manovre nel “grande gioco” tra potenze planetarie che continua ancora oggi quando l’ideologia sovietica non c’è più ma la Russia come grande potenza ancora sì (vedere il caso della Siria)?

È vero, l’idea di un comunismo che si era finalmente realizzato ha infiammato milioni di donne e uomini nel mondo, ma milioni ne sono morti o hanno sofferto sotto di esso. Anche tra quelli che lo propugnarono. Gran parte dei bolscevichi che avevano fatto la rivoluzione finirono nel gulag; se Gramsci non fosse morto sotto il fascismo e fosse fuggito in Russia, assai probabilmente sarebbe scomparso nei sotterranei della Lubjanka.

A questi interrogativi e considerazioni si possono dare naturalmente riposte diverse, ma è stupefacente che nessuno di quelli che di lì nacquero, che di lì si abbeverarono, se le ponga, come se la cosa fosse irrilevante. Lo è certo da un punto di vista immediatamente politico, nell’eterno presente in cui viviamo, ma non è irrilevante in una visione storico-politica a cui non dovremmo sottrarci.

 

Per quel che vale farò qualche modesta considerazione, da dilettante come sono. Mi scuseranno i lettori se citerò qualche classico. Non è per pedanteria, semmai perché i classici non andrebbero disdegnati, andrebbero semmai usati con discernimento.

Ci sono due affermazioni che molte volte mi hanno colpito.

La prima è di Marx: “Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.” “Ecco perché” concludeva Marx “l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere”.

Gramsci, a ridosso della rivoluzione d’ottobre, esprimeva una analisi del tutto simile (traendone però conclusioni opposte) quando parlava in un celebre scritto della rivoluzione d’ottobre come della “rivoluzione contro Il Capitale” e scriveva che “i bolscevichi rinnegano Carlo Marx” e che appunto “essi non sono marxisti”.

Credo che quelle analisi fossero azzeccate, anche se il giovane Gramsci era all’epoca un fervente soggettivista, ben più del meditabondo analista che traspare dai Quaderni del carcere. Credo che lo sviluppo delle forze produttive in un regime democratico in Russia avrebbe consentito di fare con progressione dei passi in avanti che avrebbero consentito ai russi di crescere economicamente, civilmente, e alla democrazia di mettere radici (cosa mai accaduta in Russia fino ad oggi), credo che sarebbero stati evitati guai e sofferenze inenarrabili. Certo le forze non bolsceviche sbagliarono clamorosamente a non scegliere con decisione (come fece Lenin) la pace coi tedeschi e che questo spiega la popolarità dei bolscevichi. Ma non spiega tutto. Il resto fu il frutto dell’indomabile e fanatico ideologismo di Lenin, del suo realismo cinico, della sua ferrea determinazione, della sua astuzia.

Ma questo produsse una brutale forzatura soggettivistica della storia, forzatura che è stata il segno prevalente della rivoluzione d’ottobre, il suo tratto distintivo, che si trasferì poi nello stato sovietico, nella costruzione più mostruosamente statolatrica che si conosca, realizzata da chi era partito con l’idea (utopica) della “estinzione dello stato”. Un bel risultato, non c’è che dire.

Un amico mi ha chiesto come mi sentissi a pensare (e ora a scrivere) le cose che ho scritto. Non gli ho risposto, ma ci ho pensato spesso. Mi è venuta in mente una bella espressione che Fenoglio usa ne Il partigiano Johnny per definire i comunisti nel crogiuolo della guerra partigiana: “the wrong sector of the right side”: il settore sbagliato della parte giusta.


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