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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/ANTIFASCISMO, CHE ROBA E'?... di Guido Ceroni - Lun. 17 Luglio 2017
RAVENNA - Una mia vecchia amica di Venezia così ha risposto ad un mio intervento sulla recrudescenza di atti di apologia del fascismo che si susseguono, ultimo ed eclatante quello del campeggio vicino a Chioggia: "...e hai bisogno di un articolo su un campeggio di Sottomarina per conoscere una realtà (Predappio) che dista meno chilometri da dove vivi tu?"
Colpo al fegato ben assestato. È vero. E non vale opporre che Predappio è pur sempre il paese natale di Mussolini e che quote di pellegrinaggio nostalgico sarebbero dunque ineliminabili, che la Regione Emilia-Romagna ha votato una risoluzione contro il marketing apologetico, che a Predappio si progetta di costruire un centro di documentazione scientifica su quello che fu il fascismo.


È vero che la vendita diffusa di gadget è largamente praticata e tollerata, lì e in un sacco di altre parti. Non solo non si tenta di applicare leggi che in qualche imperfetta forma esistono da decenni (la “legge Scelba, ad esempio), ma soprattutto ciò accade nella indifferenza e nella distratta accettazione. Come pure non destano sostanzialmente scandalo episodi qua e là (sempre più frequenti, a ben vedere) di apologia, manifestazioni varie, intitolazioni di strade a gerarchi, e così via. Il tutto, fa impressione, in una sostanziale indifferenza.

È da qui che dovrebbe aprirsi una riflessione con un minimo di spessore. Che esistano nostalgici e apologeti non è una novità. Cinquanta anni fa erano molti di più, erano più agguerriti politicamente (avevano un partito molto strutturato, specie nel centro-sud), erano agguerriti non solo metaforicamente, avevano miti ancora freschi e capi ancora vivi che venivano dall’ultimo feroce fascismo, avevano un piede negli apparati dello stato e molti agganci con quelli più delicati e sensibili nel mondo militare e dei servizi. Non furono estranei a tentativi di colpi autoritari e parte di loro fu dentro le trame eversive e stragiste. Furono usati a livello parlamentare quando serviva (il Governo Tambroni nel 1960 vale per tutti).

Però, a fronte di questo, c’era altro, di forte, di vasto, di radicato. C’era un compromesso democratico tra forze politiche contrapposte ma accomunate da un comune sentire che aveva radici nella Resistenza e nella Costituente; c’era appunto il famoso (meritatamente) “arco costituzionale” che fece bene o male da riparo contro le derive peggiori che potevano capitare nel crudo periodo della guerra fredda; c’erano ideologie forti (socialista, comunista, cattolico-democratica) che facevano dell’antifascismo un postulato non negoziabile; c’era un sentimento – l’antifascismo, appunto – che aveva larga diffusione come elemento di senso comune. Non nello stesso modo e misura in tutto il Paese, ma largamente diffuso, specie tra chi la guerra l’aveva fatta, vissuta e subita, e tra le giovani generazioni di allora, che quel periodo immaginavano con ingenua imprecisione ma con notevole passione.

Ora tutto questo non esiste più. È vero che la trama neofascista si è diluita e ramificata, si è mimetizzata di loghi pseudo-culturali (credo che persino Ezra Pound si rivolterebbe nella tomba sapendo dell’uso del suo cognome da parte di un movimento neofascista), non ha più il nerbo e la struttura di un partito.

Ma sono vere anche altre cose. La crisi economico-sociale, le paure del nostro tempo, fenomeni epocali come le migrazioni, il terrorismo, offrono di per sé un formidabile sottofondo potenziale alla rinascita in forme più o meno nuove di movimenti neofascisti: la presenza di forti movimenti populisti e/o xenofobi di altra matrice non scoraggia affatto queste potenzialità, anzi, ne concretizza le possibilità di collaborazione nei fatti se non nelle parole. Guardare ai Paesi dell’est europeo per capirlo: l’Ungheria è un caso esemplare in questo senso.

In secondo luogo l’antifascismo ha cessato da tempo di essere un collante e un fattore di senso comune. Ne portano responsabilità la sua intrinseca debolezza concettuale (in fondo era un compromesso per consentire ai comunisti di stare dentro al gioco democratico tenendoli comunque fuori dalla possibilità di governare: cosa realistica dal momento in cui in occidente non era pensabile fare diversamente), gli attacchi vittoriosi al concetto stesso venuti sul versante culturale da pensatori neo-liberali (Galli della Loggia in primis), i sensi di colpa e il pudore degli ex comunisti a rivendicare quanto di buono avevano fatto pur essendo “il settore sbagliato della parte giusta” (è una citazione da Fenoglio).

In terzo luogo lo sfascio del sistema dei partiti e dell’idea stessa di partito politico come organizzatore sociale, politico, di cultura e veicolo di senso comune.

In quarto luogo il divorzio tragico della politica rispetto alla cultura. Non c’è un politico che abbia un disegno, una visione culturale, un dialogo con gli intellettuali. Anzi, la nozione stessa di “intellettuale” è in via di estinzione. Esistono di volta in volta esperti, tecnici, specialisti, ma non intellettuali.

E noi pensiamo che in tutto questo esista una possibilità di reazione, un anticorpo al diffondersi di fenomeni di apologia?

La verità è che quegli stessi fenomeni vengono vissuti in chiave di banalizzazione. “Ecchèsaramai!” se si espone un ritratto del duce, una bottiglia di vino col suo faccione, una gagliardetto qua, un fascio littorio là, e così via. La mancanza di memoria, la sostanziale diffusa ignoranza di cosa fu il fascismo, rendono tutto ciò normale, plausibile, innocuo. Quaranta e più anni fa l’epiteto “fascista” veniva dispensato a destra e a manca con troppa leggerezza. Oggi non è più un epiteto. Per molti giovani è un termine privo di senso, come pure la parola “antifascista”, che semmai viene identificata con minoranze vocianti che credono di risolvere la questione contrapponendosi in strada ai vocianti di “Casa Pound”.
Ci vuole ben altro. Ci vuole ben altro anche rispetto a leggi (oggi in discussione) che possono essere utili ma tutt’altro che risolutive.

Credo che possa spettare solo alla politica tornare a occuparsi di queste cose. In modo alto. Tornando a dialogare con la cultura. Non sono molto fiducioso al proposito, ma non vedo altre strade. Altrimenti, nella indifferenza e nella banalizzazione, il bacillo che è stato in sonno per sette decenni può tornare a colpire. E accorgersene quando è tardi è troppo amaro per non cercare di evitarlo.


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