On-air alle ore 20:15 L'intervista della Settimana
Gio. 14 Dicembre 2017 
 
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On-air alle ore 20:15 di oggi Gio. 14 Dicembre 2017
L'intervista della Settimana
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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA
VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA
CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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RADIOSCINTILLA.IT INTERVISTA ALBOROSIE
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/IL DOVERE DI UNA RISPOSTA - Mer. 28 Giugno 2017
(di Guido Ceroni)

RAVENNA - “Fatico a comprendere le ricorrenti lamentazioni del tipo ‘abbiamo sbagliato tutto; è un male antico della sinistra, quasi una maledizione divina, un masochismo invincibile'”.
Inizia così su facebook un suo intervento, stimolante come sempre, lungo e complesso come spesso gli accade, Beppe Casadio. Beppe Casadio, per chi non lo sa, è stato un dirigente sindacale di grande valore, prima a Ravenna poi alla CGIL nazionale. Una testa arguta, uno spirito indagatore e critico non comune. Ho un ricordo nitido della prima volta che lo incontrai. Ero un giovanissimo funzionario di partito, mi occupavo di scuola ed ero alla terza settimana di lavoro, a corto di idee che non fossero inseguire le scadenze burocratiche della scuola ufficiale. Mi comparve in ufficio, si presentò: era il segretario dei metalmeccanici della FIOM. Come dire – allora anche a Ravenna – essere un'autorità. Mi propose una collaborazione: progetti di alternanza tra studio e lavoro su cui costruire un movimento che coinvolgesse insegnanti e poi studenti. Una cosa parecchio complessa da dire e ancor più da fare. Il richiamo alle armi mi tolse dall'imbarazzo di dover rispondere con dei fatti ad una sollecitazione così importante su un tema così complesso. Ci ritrovammo dopo, e per diversi anni, nei mestieri che facevamo finché non andò a Roma dove rimase per molti e molti anni e la nostra amicizia si andò sfilacciando.
Sento, anche in nome di quell'antico impegno, il dovere di rispondere alla sua considerazione che ho riportato all'inizio. Non solo per quello, ovviamente. Anche per l'utilità che può scaturire dall'intessere dialoghi tra persone che la pensano diversamente ma che tentano di incrociare ragionamenti, idee, per verificare punti di contatto, diversità di fondo, e -ciascuno per sé – la fondatezze della proprie. E in ogni caso a tentare nel nostro piccolo di supplire alla mancanza di “pensieri lunghi” che pare esserci nel ceto politico.
 
Concordo con Beppe se la lamentazione citata ha una caratteristica patologica o meramente consolatoria. La si potrebbe accoppiare alle lamentazioni sulle stagioni che non sono più quelle di una volta, al mondo che è tutto uno schifo e via andando.
Ma una riflessione critica vera sui nodi non sciolti dalla sinistra italiana è non solo lecita, non solo utile, ma direi doverosa. E mancante da molti anni. In ogni caso non c'è mai stata una vera ampia e collettiva discussione cosa fu veramente la parte maggioritaria della sinistra italiana, cioè il PCI, dopo la morte e trasfigurazione del PCI stesso. Non a caso ci scrissero pure un libro (Il silenzio dei comunisti) per sollecitare qualcosa in tal senso, ma senza successo. Fatto sta che quella riflessione non si fece né allora né dopo, e tra l'altro a causa di ciò ognuno conserva nella memoria ( e nel cuore, siamo umani) la propria immagine di sinistra, di PCI, che spesso non corrisponde a ciò che fu e in ogni caso alla memoria serbata da migliaia di altri.
La mia opinione è che la sinistra italiana abbia iniziato a non saper proporre e rispondere ai problemi reali che venivano maturando, verso la fine dei “trenta gloriosi anni”, cioè verso la fine degli anni settanta. Analogamente alla sinistra europea, del resto. Con in più due particolarità tutte italiane. Il fatto che la sinistra fosse maggioritariamente comunista e non socialdemocratica, quindi inabilitata strutturalmente a poter essere parte del governo del Paese. E che la strategia più avanzata (o estrema) per avvicinare comunque il PCI al governo (il compromesso storico) era finito con la tragica morte di Aldo Moro, lasciando il PCI senza una strategia che non fosse quella dell'autoisolamento e della condanna allo stato di minorità. Invece che suggerirne o indurne la trasformazione in una forza del socialismo europeo.
Saremmo comunque, oggi, dentro la grande crisi epocale del socialismo europeo, ma almeno avremmo lavorato di più e meglio per il Paese nei precedenti trenta e passa anni. Ma così è. 
Il carico di problemi che si tira dietro l'Italia è comunque maggiore di quello di molti altri Paesi europei anche e soprattutto per cause politiche, poiché economia e politica si tengono ben strette. A partire dal debito pubblico e poi via a una serie di problemi che marcano l'inefficienza complessiva del sistema (burocrazia, scarsa competitività, giustizia, corporativismi, scuola), problemi che risalgono tutti – più o meno direttamente – a cause politiche.
Per questo ci sarebbe per la sinistra materia su cui riflettere, eccome! Ma, invece che elaborare un nuovo pensiero politico all'altezza, ci si limita ad ignorare le cause profonde, affidandosi a facili slogan e a surfare sulle onde della crisi e del populismo (Renzi e il renzismo); oppure si ripetono stancamente le terapie già sperimentate, con successo prima e durante il trentennio magico e invece miseramente fallite dopo la sua fine (le varie galassie a sinistra del PD).
Quel che dico non è per la ricerca del nuovo per il nuovo, per il gusto dell'abiura, non per farsi una nuova verginità. Per ragioni più semplici e allo stesso tempo infinitamente più complesse, che cerco di spiegare.
In primo luogo perché la crisi, la crisi dei comportamenti, dei compromessi democratici su cui si reggono le società occidentali non si fonda solo su radici economiche o sociali in senso tradizionale. Pensare questo avrebbe meritato da Marx il sarcastico epiteto di “materialismo volgare”. Le insicurezze che attraversano le società occidentali non riguardano solo la sfera economica né solamente il tema dell'eguaglianza, ma riguardano l'interrogarsi senza bussola e senza risposte su dove stia andando il mondo. La citazione di Kant fatta da Beppe secondo cui “ Il mondo va di male in peggio: ecco un lamento antico come la storia..." si spiega, come è stato detto da altri e ben più autorevoli autori, sull'ignoranza del futuro, che fino a qualche decennio fa sembrava delineato, unidirezionale, volto al progresso, complessivamente ordinato, in equilibrio (torneremo a rimpiangere l'ordine assicurato al mondo dalla “guerra fredda”!), sul senso di impotenza rispetto a forze oscure inconoscibili e incontrollabili, sul senso di minaccia incombente anche per chi non vive il declassamento o la pauperizzazione. Fenomeni viscerali che andrebbero studiati con molti altri strumenti che non l'economia e che di solito si ignorano o si sottovalutano.
La seconda ragione è semplice e difficile nella sua brutalità: i presupposti su cui sono stati costruiti lo sviluppo capitalistico, la produzione della ricchezza, la sua redistribuzione ad opera delle lotte riformiste e di politiche statali illuminate, che hanno assicurato occupazione, progresso, benessere diffuso negli Stati Uniti e in occidente, e che hanno consentito di costruire in tutta l'Europa occidentale lo stato sociale così come lo abbiamo conosciuto, non esistono più. Non è che sono in crisi, in appannamento, in difficoltà: semplicemente non esistono più. Punto. 
E non da oggi: è un quarantennio che le cause si stanno via via accumulando: costo e disponibilità delle materie prime; burocratizzazione e calo di efficienza delle macchine pubbliche; limiti ambientali oggettivi; trasformazione epocale della base demografica a piramide rovesciata e dunque: restringimento della base fiscale e contributiva, allungamento della vita, scoperte mediche che consentono di prolungarla a costi crescenti; crisi fiscale dello stato, crescita del debito pubblico, restringimento dei margini di redistribuzione delle ricchezze con la leva fiscale; crisi di consenso delle politiche e delle forze riformiste. Potremmo aggiungerne altre, di cause, nate già prima della globalizzazione e mature già prima della lunga crisi dal 2008. La accumulazione delle cause è apparso prima arginabile da politiche più “di sinistra” di alcune forze di sinistra negli anni ’80 (laburisti, SPD, PCI) con risultati disastrosi. Vennero invece cavalcate con grande successo da forze neoliberiste (Reagan, Thatcher) nonostante la macelleria sociale che fecero senza risparmio e senza riguardi. Non ci si è mai interrogati a fondo, a sinistra, su due semplici questioni: perché, se lo sviluppo costruito dai riformisti era il migliore del mondo le sinistre persero contro i neoliberisti? Perché i neoliberisti vincevano, e più colpi sociali menavano più vincevano?
Facile capire perché ad un certo punto l’unica risposta a sinistra parve quello di un liberismo temperato da qualche misura sociale, che puntasse al rilancio dello sviluppo, alla crescita della ricchezza più che alla sua redistribuzione, all’innovazione più che all’eguaglianza. 
Alla prova dei fatti, dopo due decenni, quelle politiche hanno mostrato i loro limiti, specie dentro e dopo la crisi del 2008. Ma i temi senza risposta di allora restano del tutto attuali: come finanziare politiche di sviluppo? Come mettere regole senza vanificare lo sviluppo di parti del mondo che ne costituiscono un terzo abbondante (Cina, India), come affrontare a livello solo statuale forze e poteri che sono inafferrabili? Come finanziare lo stato sociale con una base demografica ristretta e rovesciata, in particolare come finanziare un sistema sanitario oggettivamente a costi crescenti? Come fare politiche fiscali accettabili sulla base del consenso popolare (siamo in democrazia) senza farsi travolgere da una “isteria fiscale” facilmente cavalcabile? Come rispondere alle angosce profonde (ripeto, non solo economiche) che attraversano le viscere delle nostre società?
Chiunque si dica di sinistra avrebbe il dovere di spremere le meningi per tentare di dare risposta a queste domande (e ad altre che qui non cito). Senza pregiudizi. Senza patenti da distribuire. 
Credo ad esempio che la crisi epocale delle socialdemocrazie possa trovare sbocchi dal dialogo con forze democratiche diverse su terreni da costruire. A partire dalla questione basilare e non risolta né affrontata con cura: la dimensione europea. Credo che questa sia l’unica al cui livello si possa tentare di affrontare i problemi di cui parlavo. Come si fa a affrontare poteri delle dimensioni e della natura di quelli di oggi se non, almeno, a scala continentale? Copme si fa ad afforntare politiche di sviluppo, contrasto alla povertà, nuove politiche di welfare che non siano di puro ripiegamento se non si mette in campo la massa critica di centinaia di milioni di donne e uomini? Come si difende la democrazia dalle pulsioni populiste e autoritarie se non a scala europea? 
Sono solo domande, ma se non ci poniamo le domande giuste faremo fatica a troavre uno straccio di risposta.
Credo che su questi problemi dovremmo mettere a lavorare le forze intellettuali, le intelligenze migliori, per far nascere un pensiero nuovo che non sia né un liberismo solo temperato né una vecchia socialdemocrazia che ha fatto fallimento.
Nel frattempo limitare i danni, evitare di farsi del male, difendere la democrazia da forze potenti e non democratiche, incominciare a delineare risposte dove, come e quando si riesce.
Non è molto. Può darsi. Ma non leggo in giro molto di meglio, se non metafore incomprensibili, slogan vuoti, voli pindarici, riedizione di cose vecchie. Chiuderò non con il Kant citato da Beppe, ma da un più modesto Woody Allen: “Dio è morto, Marx è morto, e anche io non mi sento molto bene”:
 

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