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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA
VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA
CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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RADIOSCINTILLA.IT INTERVISTA ALBOROSIE
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
BLOG/ "SPUNTI PER IL RILANCIO DI UNA FORZA PROGRESSISTA" di Azione Civica - Sab. 29 Aprile 2017
RAVENNA - Riceviamo e pubblichiamo l'intervento dell'associazione Azione Civica in occasione delle Primarie del Pd.

"Domani si svolgeranno le primarie del Partito Democratico, dopo una campagna congressuale fortunatamente non cruenta ma poco concentrata sui grandi temi del Paese.
Da anni Azione Civica cerca di movimentare il dialogo cittadino, provinciale e regionale sui valori della fratellanza, del civismo, della precedenza del dovere sul diritto, dell’europeismo, del Mazzinianesimo. 
Ed è proprio nella giornata in cui ricorre l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini che avevamo “preso la penna” per interrogarci e quindi affidare questo umile documento come contributo alla discussione interna al PD, unico partito a celebrare un effettivo congresso e principale referente politico per la nostra associazione culturale.
Molti di noi infatti avevano aderito al PD depositando in esso le speranze per un’evoluzione del pensiero politico del centrosinistra italiano, per una semplificazione del quadro politico, per vedere nascere “l’ultimo dei partiti italiani, il primo dei partiti europei”. A distanza di dieci anni dobbiamo prendere atto che una parte di quelle attese sono state disilluse e che il progetto politico va rilanciato, se non vuole finire distrutto o, peggio ancora,mantenere lo stesso nome ma perdere totalmente i connotati che lo avevano ispirato.

Fra le aspirazioni del PD c’era, come detto, quella di superare steccati ideologici sublimando le migliori tradizioni politiche della sinistra democratica italiana.

PLURALISMO PER INCUBARE PENSIERO NUOVO

In verità il primo “peccato d’origine” nasce proprio qui, nella mancanza di un compiuto pluralismo. La nascita è avvenuta con l’unione di due apparati, le “due chiese” denunciavamo noi all’epoca. E dallo scontro “muscolare” e mai totalmente abbandonato fra i due blocchi di potere nasce una parte dei problemi dell’oggi. Perché è vero che nei precedenti congressi ci sono state, nelle mozioni partecipanti, delle “mescolanze” fra i due “comprimari” ma ciò non è mai avvenuto per una reale compenetrazione, ma solo per fini elettoralistici a consumo congressuale.

Le altre realtà politiche che avevano partecipato alla nascita del Pd (socialisti democratici, liberaldemocratici, repubblicani, radicali, laici in generale)  hanno finito per ricoprire ruoli ancillari, secondari e, stretti in questa “faida strisciante” fra i due blocchi maggiori, hanno finito molto spesso per tornare in altri schieramenti o per allontanarsi dalla politica. Questa mancanza di pluralismo e di complessità di vedute ha influito non poco anche sui “nativi” del Pd che hanno dovuto imparare a barcamenarsi in questa dinamica o, dopo poco, hanno deciso di menare per altri lidi.

Se, quindi, il Partito Democratico vuole superare questo stigma negativo deve tornare ad aprirsi. Non solo ad altre esperienze politiche, ma anche ad uno sforzo intellettuale. La fatica di compendiare varie tradizioni di pensiero non deve infatti significare rivolgersi al passato.

Il PD deve essere in grado, partendo dalla ricchezza di un rinnovato complesso valoriale, di creare “pensiero nuovo” partendo da una aggiornata lettura della società attuale.

 TESSERE RETI NELLA SOCIETA’ DISGREGATA

Il primo dato da cui partire, infatti, è il contesto completamente mutato dalla globalizzazione, in Italia e in Europa. Il nostro sistema economico - minato da una perdita di competitività scaturita soprattutto dal non saper rinnovare il livello qualitativo della propria produzione industriale e dall’insostenibile abbassamento del costo del lavoro - ha subìto un colpo ferale con la crisi finanziaria del 2011. E se è vero che i dati economici stanno migliorando non è difficile capire perché la crescita occupazionale, soprattutto per i giovani, sia del tutto insoddisfacente: le imprese in Italia sono tornate ad essere circa 6,1 milioni come negli anni pre-crisi, ma continuiamo a vedere una mortalità di aziende nel ramo dell’industria manifatturiera (anche quest’anno sono scomparse 3.300 aziende in quel ramo), e nel ramo delle costruzioni (4.700 imprese chiuse nel 2016) con il 58% delle nostre imprese che sono nel ramo del turismo, commercio o servizi aziendali. Fra quelle nate nel 2016, le imprese unipersonali sono il 62% (ricerca Unioncamere).

Un terremoto occupazionale che ha visto come prima vittima, in Europa ma soprattutto in Italia, in quello che abbiamo sempre definito come “ceto medio”, ambito nel quale non a caso si annida tutto il risentimento verso le istituzioni nazionali e sovranazionali, la paura verso il migrante ed il diverso, la diffidenza (un eufemismo definirla tale) nei confronti del sistema dei partiti.

Ed è proprio il “ceto medio” la grande chimera del Centrosinistra italiano: quasi mai il mondo progressista è riuscito a rappresentare questa porzione così strategica dell’elettorato. E non è difficile intuire perché: nell’incapacità di aggiornare la propria lettura della società il Centrosinistra non è mai riuscito non solo a interpretarne le esigenze, ma nemmeno a dotarsi degli strumenti necessari all’analisi stessa.

Basti pensare che quando il Centrosinistra era maggiormente capace di intersecare i destini dei lavoratori (cioè negli anni ’60 e ’70), l’80% circa di questi era impiegato nelle grandi imprese o nel pubblico. Dove la sindacalizzazione era altissima.
Secondo una ricerca della Cgia di Mestre nel 2010 erano invece il 26% i lavoratori contrattualizzati da aziende con più di 250 addetti. Un mondo del lavoro stravolto nella sua composizione e sempre più parcellizzato. Oggi il “ceto medio” è quindi sempre più autonomo, lontano dai sindacati e diffidente nei confronti delle associazioni di categoria. Tartassato, paga per un sistema di ammortizzatori sociali e di tutele che quasi non lo sfiora. Ed è sempre più povero.

Gli ammortizzatori sociali, in effetti, hanno visto tagli sulla loro entità senza effettive riforme sulla loro struttura. Solo recentemente si è provveduto a portare al varo (anche se il provvedimento è fermo al Senato) uno “Statuto dei lavoratori autonomi”, nome altisonante per uno strumento che pur muovendosi sulla strada giusta va riempito di contenuti.

Il contesto lavorativo diventa così un paradigma della realtà sociale: il lavoratore è solo, abbandonato a sé stesso, come il cittadino. Il Partito democratico non deve rinunciare, pertanto, a legittimarsi come soggetto catalizzatore del cambiamento della rappresentanza, non solo politica (sulla quale torneremo dopo) ma anche sindacale e di categoria. Solo attraverso un rafforzamento e un rinnovamento radicale dei “corpi intermedi” si possono attivare reti abbastanza forti per evitare il senso di emarginazione del cittadino e del lavoratore, sia esso dipendente o autonomo.

IL CAPITALE DELLA CONOSCENZA

Uno dei banchi di prova nel concepire un nuovo equilibrio nel concetto di rappresentanza, infatti, si svolgerà nella gestione del mondo del lavoro non per come è stato ridisegnato oggi, ma per come lo troveremo nuovamente stravolto nell’immediato futuro. Al recente World Economic Forum di Davos si è stimato che di qui al 2020 si perderanno a livello globale 5 milioni di posti di lavoro a benificio di robot. E secondo una ricerca della Bank of America nei prossimi 20 anni sarebbero fra il 35 e il 47% i posti di lavoro a rischio per via dell’automazione cibernetica e digitale.

Certamente pertanto il fulcro della spesa sulle tutele e gli ammortizzatori sociali va spostato dall’assistenzialismo alle politiche pro-attive, rendendo fisiologica nella vita di un lavoratore la formazione continua, calibrando le politiche di ricollocazione e incentivando fiscalmente (in maniera radicale) aziende e privati che investono in formazione.

Su formazione e ricerca però, soprattutto in un contesto così frammentario come è quello dell’imprenditorialità italiana, si deve recuperare una progettualità di ampio respiro guidata da istituzioni (anche locali), rappresentanze di categoria e sindacali con il coinvolgimento diretto del mondo della scuola e dell’università. Ma non per farsi promotori, ognuno di essi, di qualche mini-centro di formazione professionale di piccolo cabotaggio. Per dotarsi, al contrario, degli strumenti di osservazione “macro” sugli ambiti lavorativi in cui c’è maggiore ricettività occupazionale, ma anche per seguire in maniera personalizzata il singolo lavoratore e garantirgli un’evoluzione professionale.  

Il pubblico, inoltre, deve farsi promotore di veri e propri “hub” della ricerca le cui direttrici potrebbero essere mediate dagli stakeholder in base alle specificità territoriali, a ricerche di mercato, a scelte di volontà politica. La possibilità di fruire dell’innovazione, così, può diventare un “presupposto infrastrutturale” per il mondo imprenditoriale a livello diffuso.

In questo ambito, ovviamente, non ci si può dimenticare del luogo principe: la scuola.

La riforma della “Buona Scuola” è stata molto criticata e presenta alcuni punti controversi.  Merita però  una considerazione diversa la questione dell’alternanza scuola-lavoro, aspetto molto positivo e formativo per gli studenti.  L’esperienza lavorativa prevede 400 ore nel triennio per gli Istituti Tecnici e 200 ore nel triennio per i Licei, distribuite a scelta delle scuole.  Inserirsi e confrontarsi col mondo del lavoro ha molteplici aspetti che vanno evidenziati: 

comprendere come il mondo del lavoro sia assai diverso dal mondo “protetto” della scuola

confrontarsi con l’aspetto pratico dell’attività quotidiana

comprendere che gli argomenti che si studiano hanno sempre, direttamente o indirettamente, una ricaduta sul lavoro

applicare le competenze acquisite nell’attività lavorativa 

In conclusione l’introduzione dell’alternanza anche nei licei riduce notevolmente il gap tra scuola e mondo esterno, in particolare mondo del lavoro, facilitando il collegamento tanto auspicato tra scuola e territorio.

Va aggiunto che le aziende e gli enti ospitanti, dopo un primo periodo di perplessità e prudenza, sono pienamente disponibili ad accogliere gli studenti e i tutor scolastici al loro interno. Un ambito questo in cui, pertanto, bisogna continuare a credere.

 RECUPERO CREDIBILITA’ DELLA POLITICA E DELLE ISTITUZIONI

 Partiti, sindacati, associazioni di categoria stanno perdendo gradualmente credibilità e presa nella società non rinunciando, troppo spesso, a deligittimarsi le une con le altre.

_Giustizia, la priorità di intervento.

La stessa sorte che agita anche il sistema della giustizia, che è certamente nelle classifiche di sondaggio quello meglio sistemato in termini di popolarità ma che è facile preconizzare come seguirà le altre istituzioni in una crescente sfiducia nei confronti del cittadino. Anche perché, è noto, non funziona. Arriva troppo tardi a compiersi, e spesso in maniera inefficace.

La necessità di una riforma strutturale è improrogabile, e bisogna riconoscere agli ultimi governi il tentativo di addivenire a provvedimenti importanti.

Ma il progetto di riforma del processo penale risulta sicuramente discutibile nel merito delle modifiche proposte, soprattutto in tema di prescrizione, di aumento di pena per taluni reati e di applicazione del cd. processo a distanza nei confronti di imputati detenuti.

La sensazione è quella che, ancora una volta (e dopo le “riforme” in tema di reati contro la pubblica amministrazione e di reati stradali) si sia inteso più rispondere ad istanze provenienti dal basso che perseguire una reale e coerente “idea” di processo penale (che – probabilmente – non si possiede e di cui – forse – non si conoscono neppure i principi fondanti).

Questo – però – è il merito della riforma, rispetto al quale si può essere d’accordo e si può discutere.

Si viene così al vero aspetto di criticità della riforma e che attiene evidentemente al metodo con cui viene portata avanti, ovvero la decisione di sottrarre (o imbrigliare, il che è lo stesso) la sede naturale in cui si sarebbe dovuto discutere e cioè il Parlamento.

Mai, in precedenza, si era infatti verificato che, su una legge di riforma in materia penale, così complessa e che incide in materia così rilevante sui principi – anche di rango costituzionale – del cd. giusto processo e su fondamentali istituti di diritto sostanziale, venisse posta la fiducia.

La scelta di definire l’iter legislativo con il voto di fiducia rappresenta la negazione delle regole basilari e dei principi che devono caratterizzare la funzione legislativa quando questa è chiamata a incidere su diritti di rango costituzionale (quali, appunto, il diritto di difesa, il giusto processo, il principio del contraddittorio, il principio della ragionevole durata dei processi etc.).

_La scelta di campo federalista

Se comunque il recupero di un’efficienza del sistema giudiziario sarebbe strategico per garantire alle istituzioni una maggiore credibilità, il problema maggiore colpisce la politica. Il cittadino percepisce però solo l’effetto: l’incapacità di far fronte alle sue esigenze. La causa che l’elettore vede principale è quella della corruzione dei politici, che esiste e che sta aumentando. In realtà, però, la politica sta perdendo in maniera drammatica capacità di incidere sulla vita dei cittadini. Il fulcro decisionale è in mano alla finanza, che non ha più contrappesi credibili che la governino. Se la sinistra massimalista aveva trovato un motivo di esistenza nella “lotta di classe”, si può dire che oggi la sinistra mondiale dovrebbe battersi per un reale diritto alla rappresentanza del cittadino. E qui è necessario, anche per il Pd, fare una scelta di campo. Abbiamo notato come negli ultimi anni uno dei personaggi ispiratori più riconoscibili nel “pantheon” del Partito Democratico sia Altiero Spinelli, e ce ne rallegriamo. Il Federalismo non deve però essere scelto solamente come la strada per conseguire quello che oggi è l’obiettivo minimo, di sopravvivenza immediata, cioè gli Stati Uniti d’Europa. Rifacendoci al pensiero di Mazzini e Kant dobbiamo mirare ad un’organizzazione politica mondiale, ad un governo planetario che tuteli gli interessi dei cittadini e non solo dei consumatori. In un mondo che manca di ideologie, di “pensiero forte” e anche di utopie questo deve essere uno dei principi ispiratori e uno dei tratti distintivi della sinistra a livello internazionale e il Pd deve farsene promotore convinto.

_Un partito aperto e innovativo

Come detto, tutte i presìdi istituzionali nonostante si stiano indebolendo non tardano a cedere alla tentazione di autodelegittimarsi e il Pd dovrebbe certamente, come prima cosa, smettere di perseguire questa linea. E’ giusto che un partito comprenda nella sua azione lo stimolo a sindacati, associazioni di categoria e corpi intermedi in generale nel tentare di essere più moderni e capaci di interpretare la società così radicalmente mutata negli ultimi anni. Ma non può permettersi di perdere questi attori della rappresentanza, finirebbe per ritrovarsi indebolito a sua volta.

Deve piuttosto, come detto, “tessere reti” e per farlo non deve rinunciare alla capillarità che lo caratterizza. E’ necessario piuttosto incoraggiarla, dando alle rappresentanze territoriali il ruolo non solo di captare le esigenze specifiche della comunità dove operano ma anche di “focus group” permanente. Gli iscritti, i circoli, il militanti devono sapere di poter incidere nel pensiero del partito e soprattutto di essere ascoltati, cosa ormai semplicissima col web. Lo sforzo poi deve essere fatto sulla formazione: le classi dirigenti sono sempre più inadeguate e impreparate. A costo di operare un ripensamento sul finanziamento pubblico dei partiti è giusto in questo senso fare un investimento serio e strutturale.

 

Sono questi solo pochi e limitati spunti che affidiamo ad amici, compagni e fratelli che, indipendentemente dalla “mozione”, corrente o conventicola, conservino ancora il gusto di una discussione e di un ragionamento complessi, laddove purtroppo la “dittatura” della semplificazione comunicativa pare averci tutti incapacitati ad un’analisi ragionata, approfondita e compiutamente “laica”. Questo documento non ha la presunzione di avere queste caratteristiche, ma aspira per lo meno a stimolare uno sforzo in tal senso". 


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