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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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RADIOSCINTILLA.IT INTERVISTA ALBOROSIE
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/STORIA E GEOGRAFIA di Guido Ceroni - Mer. 12 Aprile 2017
(dall blog) RAVENNA - Una cosa colpisce, nel tanto e affannato discutere di globalizzazione, delle ideologie che l'hanno accompagnata, dei suoi effetti sociali (impoverimento delle classi medie e della un tempo "working class") e politici, delle reazioni ad essa (populismo, sovranismo, "Trumpismo" e cosė via): la mancanza di qualsiasi dimensione storica e di qualsiasi riferimento geografico.

 Come se la storia e la geografia fossero scomparse dall’orizzonte, dalla coscienza stessa di studiosi e politici.
Partiamo dalla geografia. Chi parla degli effetti della globalizzazione omette quasi sempre di delimitare e chiarire gli ambiti geo-economici a cui si riferisce. Sembra parlare di tutto il mondo ma in realtà parla di una parte sola del mondo: l’Europa occidentale e il nord America, quelli che un tempo erano i “Paesi ricchi”. C’è una prospettiva paurosamente eurocentrica e occidentalistica in questo modo di ragionare. Stupisce che questo errore (che Marx avrebbe trattato con sferzante sarcasmo) venga anche e soprattutto fatto da esponenti della sinistra, quella forza che nasce storicamente con una forte vocazione internazionalista. Stupisce che la sorte di qualche miliardo di persone – in Cina, in India, in parte dell’Africa e del sud-America – sia sostanzialmente assente. Eppure questi Paesi hanno avuto uno sviluppo impetuoso, sono passati dalla condizione di Paesi post coloniali, sottosviluppati o di comunismo primitivo al rango di primissime potenze economiche, e il reddito di molti dei loro abitanti ha iniziato a raggiungere livelli accettabili anche secondo il nostro metro. Non è poca cosa e non ci si può sorprendere se il Presidente cinese si mostra il più deciso sostenitore del libero commercio. In fondo per diversi secoli sono stati i Paesi occidentali a predicarlo, a praticarlo e a imporlo (spesso con la sferza del colonialismo e con le cannoniere). Sono un dilettante, appunto, ma le “guerre del’oppio” imposte dalla Gran Bretagna alla Cina, le cannoniere americane per costringere il Giappone ad aprirsi ai commerci, la repressione britannica contro il boicottaggio dei tessuti inglesi (fabbricati con cotone indiano ottenuto a basso prezzo dalla potenza coloniale grazie al suo dominio sull’India), sono illuminanti esempi di come i “Paesi ricchi” imposero al mondo la loro libertà dei commerci. È una specie di nemesi della storia quella che ci capita ora. Certo non fa piacere. Ma nemmeno possiamo negare che quei popoli (buona parte di essi) oggi vivano finalmente in condizioni migliori.
Si possono fare (e sono state fatte) due obiezioni. La prima è circa questa: i Paesi emergenti producono a condizioni non eque rispetto ai Paesi occidentali. Là ci sono scarse o nulle tutele sindacali e giuridiche per il lavoro, i salari sono bassissimi, le condizioni lavorative pessime, inesistenti o carenti le norme ambientali. Vero. Potrei aggiungere altro: le diseguaglianze sociali in quei Paesi sono enormi. Nella sola Shanghai ci sono 150 mila milionari (in dollari) e milioni di lavoratori in condizioni difficilissime e per noi difficilmente accettabili. È vero che in India sopravvivono di fatto le caste, e così via. Ma è pur vero che si vanno costruendo classi medie, che quei lavoratori brutalmente inurbati vivono comunque meglio dei loro genitori e nonni che vivevano in campagne con regimi “medievali” e al limite (o sotto) la soglia di sopravvivenza. E che l’India sforna ogni giorno tanti ingegneri informatici quanti l’intera Europa in mesi.
Veniamo alla storia, allora. Forse che i fittavoli inglesi espulsi dalle campagne e brutalmente inurbati vivevano meglio? Forse che i minatori, gli operai legati ai telai come schiavi, donne e bambini compresi, se la passavano bene? Forse che il gigantesco aumento della produttività e della produzione complessiva avvenuto in Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Francia, nel corso di quasi due secoli non è costato lacrime e sangue e ha potuto basarsi anche sul costo irrisorio di molte materie prime assicurato dalla supremazia di quei Paesi sul resto del mondo?
Ma occorre anche ricordare che da lì sono nate le condizioni materiali (di sviluppo delle forze produttive, avrebbe detto Marx) che hanno consentito la crescita dell’occupazione industriale, l’aumento del benessere, l’organizzazione dei lavoratori in sindacati, la nascita del pensiero laburista e socialista, l’avvio e lo sviluppo dello stato sociale. In una parola, il mondo moderno come noi lo abbiamo conosciuto per molti e molti decenni. E con esso lo stato liberale e poi la democrazia politica. E anche –in modo brutale e caduco – il tentativo di costruire una società e uno stato diversi e alternativi al modello capitalistico.
Ora il mondo che abbiamo conosciuto è sottosopra. Stentiamo a riconoscerlo. Le parti sembrano invertite. I nostri lavoratori, i nostri giovani, le nostre classi medie sono impoverite e impaurite. Si sentono insicure, ignorano il futuro, si sentono impotenti di fronte a forze sconosciute e terribilmente potenti. È una dura legge del contrappasso che viene a compiersi. Né, d’altra parte, c’è da sperare in un rapporto automatico tra sviluppo economico di quei paesi e crescita dei diritti e della democrazia. Del resto la storia non si ripete mai uguale a sé stessa: il “compromesso tra capitalismo e democrazia” non è facilmente ripetibile. Anzi, pare esserci un rapporto inversamente proporzionale. L’esempio lampante è la Cina: libertà economiche, disparità sociali, controllo strategico dello stato e pugno di ferro in politica. E allora?
Quali conclusioni trarre da questa riflessione, ammesso che essa sia fondata su presupposti plausibili?
Mi pare che si possa dire che la globalizzazione contiene molte cose, spesso in sé contraddittorie; che è un fenomeno continuamente mutante a velocità incredibile; che non può essere fermata come il luddismo non fermò la prima rivoluzione industriale; che per tentare di porle delle regole occorrono un orizzonte ed una forza almeno continentali (per noi l’orizzonte europeo); che occorre scongiurare che le reazioni ai “danni collaterali” della globalizzazione provochino in singoli Paesi e tra diversi Paesi tensioni che potrebbero diventare incontrollabili ed essere fonti concrete di guerre; che comunque occorre battersi per non regredire nel nazionalismo, nell’autoritarismo, non fare passi indietro rispetto a quel “compromesso” che è durato più di un secolo.
E nel frattempo, magari, studiare un po’ di geografia e di storia.
 
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